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18 Marzo 2010

Ad ogni frutto la sua stagione.

Mi svuoto.
Grandi manate del mio essere, zeppe di interni, meccanismi di un sistema infallibile nel quale ogni causa ha il suo ben motivato effetto.
Scongiuri ad un Dio al quale fai appello solo quando hai l’acqua alla gola e ti ritrovi seduta sulla tavoletta del bagno con le mani congiunte e a strizzare gli occhi pensando che così facendo la tua richiesta venga presa in causa.
L’obiettivo è fare pulizia al tuo interno, buttando via ciò che non è necessario e sostituendo il demodè con qualcosa di vintage, che al giorno d’oggi va tanto di moda.
La pretesa è quella di trovare un fondamento nel sentirmi così vuota.
Mai più è quello che mi riprometto, ma ogni volta cado, o meglio precipito, nel labirinto dell’ incertezza e lì da brava marionetta senza fili non mi reggo in piedi, rimpallando da un muro all’altro, fino a toccare terra. La forza di rialzarmi non verrà da me, ma da chi è così bravo da tendermi la mano.
Voi davvero sapere cosa ho pensato?
Riuscresti a reggere l’idea delle mie ipotetiche decisioni e la catastrofica fine del nostro viverci?
Solo la penna sa quanto inchiostro ha consumato.
Posso solo dirti che ti voglio bene.

Cento demoni giocano con te,
cento demoni viaggiano con te,
ma la testa sa che ci sei solo tu.

Agitare prima dell'uso.

Dove sono i miei 4 lettori?
Ieri mentre l’ascoltavo sulla banchina del treno una bimba mi ha preso la mano, forse attratta più dal colore purpureo delle mie unghie che bisognosa di una coccola.
Dormi che è meglio pensarci domani alla muta distanza che scorre tra noi.
Mi sono dovuta convincere che il nostro fosse solo del sesso fatto bene.
La mia inadeguatezza alla vita di coppia si sposava perfettamente con il nostro vivere. Sapevi bene che non mi sarei mai ricordata del nostro anniversario e questo poco te ne importava. Ma potevi star pur certo che per fare la pace ti avrei fatto trovare un bel piatto fumante di pasta al pesto. Sapevo prenderti per la gola e scherzando me lo rinfacciavi sempre!
I musi lunghi sparivano e di lì a poco avremmo anche fatto l’amore.
Anzi no, del sesso fatto bene.
Sapevi che mi piacciono le castagne con il vino rosso e la neve.
Non avevi necessità di sopperire i miei silenzi con lunghi e lagnanti monologhi. Bastava semplicemente mettermi da parte, ripormi nel cassetto dei calzini.
Mi sono accorta d’avere anch’io in questi giorni un umore gotico, fatto di pinnacoli e gargoyle.
Ho paura che la vita coniugale ti inghiottisca.
E poi quant’ho voglia di leggerti!
Odio i gatti. Ogni volta che ne incontro uno faccio mi viene l’istinto di farlo correre a gambe levate.
Ruffiani e paccioni.
Il mio cane, appena svegliato alla mattina spinge la testolina sulla mia pancia e si fa accarezzare, mentre io continuo a dirgli “buongiorno”. Una volta passata la crisi, si fa colazione insieme.
Io odiavo disegnare, perché non ne sono in grado e odiavo essere costretta a farlo. La stilizzazione degli elementi rimane ahimè il mio forte.
Odiavo anche l’ora di musica. Strumento: il flauto. Calcavo le note sopra e poi le cancellavo in modo che potessi leggerle dal solco che avevo lasciato.
Non le ho mai imparate.
Né mai le imparerò. Credo.
Amavo il disegno tecnico e i lavori con il compensato, credo perché si avvicinassero alla mia indole da Mc Giver.
Mangio il gelato dalla vaschetta, piccole e lente cucchiate perchè mi piace che si squagli un po’.
Vorrei incontrare il mio amore rispettato e rispettoso sotto un salice piangente, è per questo che ogni volta che mi riparo sotto le fronde di uno di questi alberi ho preso l’abitudine di lasciare un biglietto.
Una frase pensata.
Uno stato d’animo.
Un “domani faccio”.
O
 un semplice saluto.
L’idea parrebbe carina, se non davvero fuori moda per questi tempi.

 
15 Settembre 2009

Di giro in giro, girovagando qua e là.

Ecco cosa ricordo di te oggi, supportata dai miei cinque sensi.
Frammenti del tuo corpo, piccoli pezzi che ricompongo a posteriori quasi fossi un puzzle e avessi la smania di finirti, di vederti per intero.
Lo sapevo che quel muretto basso dei Buranelli avrebbe raccolto i nostri pensieri e le luci dei lampioni giallognole riflesse sull’acqua avrebbero flebilmente illuminato i nostri baci.
Come dimenticare quel pontile e le parole che avevo scritto per me uscirmi singhiozzate per un tiro mancino dell’ugola che mi si contraeva ogni 30 secondi?
Non era prova tanto semplice, sapevo che mi sarei completamente messa a nudo, mi sarei esposta, in bilico su una rupe, braccia aperte e un bersaglio disegnato nel mediastino medio…proprio sul cuore.
Potrei descrivere con maniacale accuratezza le tue mani, per non parlare della bocca e dei tuoi occhi d’ebano, nonostante tu sostenga che nei nostri frequenti incontri ravvicinati io guardi in giro. Faccio segreto del fatto che in realtà ti sto imparando a memoria, nel caso un giorno ne avessi bisogno. Credo che tu faccia lo stesso quando scorri un dito sui lineamenti del mio viso.
Riesci a conquistarmi ogni volta, nonostante io mi ipnotizzi suggestionandomi che tutto questo non fa per me. Temo il vederti e poi non vorrei più farti andare via.
Ti esponi con poco entusiasmo, non capisco se sia per preservare il tuo mondo o  semplicemente non ti piace farlo, io che a volte ti investo con una raffica di domande che riguardano soprattutto quel passato non così remoto, tanto da essere citato. Ti chiedo mentre mi riporti a casa se mi vuoi bene e lì, forse, ti ho colto di sprovvista…

C’è chi sostiene che io indossi ogni mattina una corazza.

Dovresti solo ringraziarla se cammino ancora affianco a te, lei che è la mia parte tollerante.

Manca qualcosa in questa Padova oggi.

All’etichetta morosa mi irrigidisco, incrocio le dita aspettando il messaggio successivo, spero tu non mi chieda la data in cui ci siamo messi insieme, in tal caso potrei davvero confezionarmi dentro una scatola di baci perugina e vendermi il giorno di San Valentino.

 
02 Settembre 2009

Rototraslata. Moto tran tran.

Un’asola all’esofago, appena sopra il cardias.

Mi squaglio all’idea della tua partenza dai lidi patavini.

Lo sapevo che questo mio ritorno su rotaia te lo avrei dedicato, perché in questi giorni la mia attività celebrale ha elevate frequenze e il cuore dopo un po’ mi si intasa.

E’ tutta una questione di prendersi cura gli uni degli altri.

Alimentare le orecchie con nuovi esaltanti suoni.

Alimentare il corpo con budini alla noce moscata, caffè e ananassi.

Alimentare i condotti lacrimali con penosi presupposti per il futuro.

Alimentare la propria ansia pensando a quello che non c’è.

Alimentare la mente con informazioni culturalmente stuzzicanti.

Ricomponiti Silvia, non devi metterti a piangere, lo puoi fare dopo schiacciando la faccia addosso al finestrino, impiantando le unghie sulle tue braccia, ora ha bisogno di ridere, di straviarsi perché sei la sua ora di libertà.

Passando il dito sulla ghiera e premendo l’album degli Afterhour sapevo d’aiutare l’acidità dei miei succhi gastrici.

 

Stiro le pieghe del tempo come si fa con una stoffa sgualcita, scovando di tanto in tanto un granello di polvere che pizzichi tra pollice e indice, lo stesso granello che si è depositato sui miei occhi.

Il pianto è arrivato, quello che secondo una tua puerile convinzione dovrebbe lavar via le  preoccupazioni.

Non riesco a fermarmi, nemmeno durante le mie meditazioni ferroviarie o la falcata serale, non riesco a pinzare un affanno alla volta per poterlo come minimo somatizzare.

Tu che ti preoccupi e questo compatimento quasi mi irrita, io che vorrei sguazzare solitaria in questo oceano di malinconia, ora che non avrei nemmeno voglia di una sfogliatina ripiena di marmellata calda ai frutti di bosco, proprio quella leccornia che fanno dal fornaio vicino casa.

Come spiegartelo?

-      meglio non spiegartelo –

Ma così come fa a capire?

-      non capirà.                         pazienza.-

In questo mio atto egoistico do alla luce tutta la mia non curanza per l’idea di coppia e mi faccio pure un po’ schifo. A posteriori.

Mi muovo nella scacchiera dei fallimenti di cuore con proverbiale prevedibilità, ogni mossa è la stessa della partita precedente, in cui però l’AVVERSARIO era l’ennesimo uomo.

Con gentilezza hai saputo sviscerarmi e mi sono trovata nuda, ma non perché hai fatto scivolare a terra il vestito di chiffon che indossavo, ma perché ho dovuto parlarti di me.

 
25 Agosto 2009

Gioco d’azzardo.

Come i cani ho paura dell’abbandondono.

Man mano che invecchio questa cosa si accentua sempre di più e io me ne accorgo negli stati d’ansia in cui mi trovo avvolta fin quasi a soffocare.

Nella mancata risposta di un messaggio mi scopro paranoica e temo questo mio senso di attaccamento, mi sento come un cane bastonato se non fosse poi per le rassicurazioni che mi giungono.

Caccio la testa sotto la terra e con il culo per aria mi incolpo di fatti che non sussistono. Questo è dovuto all’ambiente in cui sono cresciuta e al mio senso del dovere.

Forse ho pure capito quella cosa dello scegliersi e di non necessitare della corte di altrui uomini.

Forse ho addirittura scelto e nello scriverlo mi si annoda un groppo allo stomaco.

Non afferro quel senso di appartenenza, ma mi sciolgo quando mi abbracci da dietro e mi baci la spalla. Io potrei anche cominciare a credere in quell’agglomerato di carne.

Mi spezzetto.

Mi mollo.

Mi ricompongo.

C’è un ennesimo viaggio su rotaia ad aspettarmi, un viaggio dove analizzerò i file salvati in memoria.

 
18 Agosto 2009

L’umore è andato sulle montagne russe.

Tengo presente che per come sono fatta ieri ti avrei sposato e oggi non ti sentirei più.

Non sono mai stata equilibrata nelle cose, tanto meno nei sentimenti.

Dovrei davvero scrivere il mio manuale d’uso e darlo a chi ha a che fare con me.

Avvertenze.            

Prescrizioni.

Può causare danni dopo l’uso, in tal caso rivolgersi al proprio medico.

Ripiombo nel mondo. Riemergo dopo esser stata abbracciata a te a parlare, ma soprattutto a ridere.

Aria sorniona, sorriso compiaciuto, sembra che alla fine ci siamo capiti.

Me ne sarei sgusciata via in silenzio, permettendomi di mettere la gente in sordina per non deturpare i miei pensieri macchinosi, sarei scesa per la strada serpeggiante, montata in macchina e con una mano sul volante e una sul cambio avrei portato la pellaccia e il mio cuore pesante a casa.

Mille e mille volte ancora avrei evitato le domande sul bacio che non ci siamo ancora dati e anche quella sul perché non ti ho palpato l’uccello.

Mi mozzico così la lingua e rispondo con diplomazia.

Delfinetto saresti stato orgoglioso di me.

E avrei voluto te al mio fianco, perché con certezza posso affermare che ti saresti accontentata del mio sorriso e dei sospiri per saziare la tua parca curiosità femminile.

Cammino in una desertica Padova, la mia giornata è quasi giunta al termine, penso a noi due e sorrido tanto che due azuz pensano male.

Ascolto musica, ma è come fossi in una stanza insonorizzata.

Leggo il libro, ma è come se la storia la stessi scrivendo io. Tre righe e son di nuovo punto e a capo.

Vorrei fosse demenza senile, ma invece è amorosa e mi si stanno per cariare i denti.

 
19 Luglio 2009

Le tue dita fredde puntano sul mio cuore

L’ingegneria, si sa, ti porta via.

Quindi questo è il mio primo spettacolo subsonico.

Affondo le mani nell’armadio e riesumo i miei jeans da concerto, unitile una loro descrizione, basta dire che sarebbe impensabile indossarli per una passeggiata cittadina dato il loro stadio di rottura a livello avanzato.

Senza dare nell’occhio li caccio dentro lo zaino: hanno ricevuto già parecchie minacce di morte da parte di mia mamma e questo potrebbe essere il loro colpo di grazia.

 

Lavoro: “relazione tecnica dello stato del luogo”.

Devi scrivere.

Invece guardo l’ora.

Scrivi!

Lancetta immobile.

Produci delle parole.

Concerto-subsonica.

Non quelle ebete!

Dai dai,meno tre, due uno…l’una! adios!!


Respira.
Cavolo i polmoni si sono ridotti, immetto aria ma non sembra abbastanza.
Il tempo è inclemente, lo sfidi, lo corteggi, lo implori.
Poi tra due temporali, noi.
Non mi interessa nemmeno carburarmi nonostante le 12 ore di astinenza da cibo, c’è in atto il sound check e io devo assorbire qualsiasi nota esca da quelle casse oggi.
Alla foresta di Sherwood devi lottare per sopravvivere, ma io almeno per una sera non avevo voglia di lottare contro tutto e tutti.
Fegato spappolato.
Il trio si è guadagnato le prime file e lo spirito di sopravvivenza ci fa tirare calci e pizzicotti a chi ci sta per schiacciare con la loro mole.
Arretriamo. Saggia idea, ma sofferta, la vista non è di certo la stessa e neppure le emozioni. L’idea di avervi ad un passo da me mi dava la cognizione di qualcosa di reale, di tangibile, una voce che diventava materia, un suono che mi stordiva e mi faceva girare la testa come un ceffone dato a cinque dita.
Su strade il ritmo mi sconquassa le viscere, ho il tempo di chiudere gli occhi e di rimanere immobile, forse l’unica manciata di minuti in cui non ho saltato e cantato.
L’aria è più pesante che mai, se salti abbastanza in alto vinci una boccata di aria fresca.
Guardalo, stagli dietro, ti sta insegnando a che ritmo battere le mani, tu che sei sempre fuori tempo.
Canta, qui nessuno ti sente e ti dirà che sei stonata.
Balla, anche se le giunture delle ginocchia scricchiolano, avrebbero bisogno di essere oliate.
Indicalo: tu sei come me. Bello da pensare.
Boosta molleggia, Samuel salta, io alzo lo sguardo al cielo e lascio che le gocce di pioggia mi bagnino il viso.
Sudore, stanchezza, pace dei sensi.
Andarsene con quell’aria sbattuta non mi sembra il caso…Agnese facciamo un sorriso, in fondo non stiamo uscendo da un esame andato male…saltiamo su quella pozzanghera…perché? non tutto ha un senso, lo si fa e basta. Quant’è bello essere a questo concerto con te.
Mi sveglio durante la notte e canto.
Effetto sub sound.

 
08 Febbraio 2009

Le cose che ho.

  Scrivo con un tempo di ritorno assai lungo, più per una questione di mancanza di spazi che di ispirazione, anche se il ricordo di giovedì sembra ormai svanire.

Siamo delle serpi fuggiasche tra la folla.

Io addirittura apro le braccia come fossi un uccello.

Non mi volto a cercarti, sento i tuoi passi e ridi.

Saliamo la scalinata, ma non c’è la nostra sbarra per lo stretching ad aspettarci: situazioni simili, ambienti diversi, un treno mi porterà lontano da te per l’ennesima volta, ormai lo ammetto, mi sto stancando.

Ho paura che come tutte le cose alle quale non dedichi la giusta attenzione appassisca e diventi humus per le piante. I cani addomesticati, si sa, hanno bisogno di attenzioni.

Lo penso nella manciata di messaggi singhiozzati che ci mandiamo.

E’ così che ci ritroviamo a correre di nuovo dopo svariati mesi.

Io davanti, tu dietro.

Io dietro, tu davanti.

Il rash finale dalle chiuse fino a quell’irta salita che arriva dritta dritta alla sbarra.

Ma poco importava chi prima sbucava da quel passaggio sotterraneo del ponte di ferro di cui ogni volta ammiravo gli incastri e i nidi di piccione.

C’era la nostra sbarra, la musica nelle orecchie, la gente di passaggio, i commenti sulle esteriorità inesistenti degli uomini.

Quando quell’abbraccio non mi basterà più vedrai il tuo cane bastardo tornare a casa a farsi leccare le ferite e intrufolare il musetto tra le tue dita ossute.

Nel frattempo ascolto Nicotina Groove live.

 
15 Dicembre 2008

Mi cerchi? Faticoso e caotico scrivere.

Quella canzone di Battiato e della Consoli.
Ed è in certi sguardi che si nasconde l'infinito.
A me non passa.
Leggo il titolo e uso freneticamente lo scroll del mouse per arrivare in fondo al testo e vedere se tra le tags c’è delfinesse…il cuore mi si fa pesante, un macigno insopportabile e mi accascio a terra.

A me non passa perché questo non è il mio habitat, non ho la luce soffusa della mia 154, non ho il mio delfino, non ho nessuno che mi abbraccia, non c’è nemmeno il mio pusher musicale, nessuno mi addomestica.

Come vedi i pronomi li uso anch’io.

A volte mi rifiuto pure di andare a correre.

Non c’è palo per vedere il mondo all’ingiù.

Non c’è uomo con il culo sottosopra da prendere in giro per farti ridere.

Dalla finestra non vediamo lo stesso paesaggio, ma forse lo stesso cielo sì.

Ho solo voglia di tirarti per la mano e portarti via con me in quel viaggio che abbiamo sempre fantasticato, ma mai fatto. Sotto lo stesso tetto, probabilmente mi ritornerebbe anche la voglia di scrivere.

 

Mi piace quell’odore vanigliato che ti lasciano addosso i biscotti appena usciti dal forno. La mia faccia è imbrattata di farina e la glassa colorata si stende che è un piacere…Roger non resiste più, sembra impazzito, vuole solo abbuffarsi…il goloso!

Respiro piano, mi sento addosso il freddo e mi ipnotizzo davanti alla finestra.

La tua barba astutamente lasciata incolta e la neve complice del nostro reato. Stringi il mio naso tra le dita e la distanza tra noi due si accorcia, non c’è modo di distrarci e la macchina ben presto si appanna.

Guardo le tue foto e mi sento come una ladra che ruba qualcosa che non è più suo, ti vedo stringerla e altro non sono in grado di fare se non paragonarmi a lei.

Forse al posto di tenere i piedi su due staffe sarebbe meglio che scegliessi, non cercarmi se ti vedi con lei, non desiderarmi se poi fai l’amore con lei, non farmi ridere se poi non posso baciarti.

Prendo a pugni la mia incapacità di baciare un uomo con lo stesso ardore con cui lo facevo con te, derido la mia ombra ubriaca che se ne va barcollando per il viale di ciottoli bianchi, non si è persa semplicemente non gliene importa più nulla di stare con me.

Non mi sono mai piaciuti i ragazzi blasonati, è per questo forse che il semplice gesto di abbracciarmi mentre l’aria fredda s’insinuava serpeggiante nella tuta da sci e quelle ore di assordante allegria mi fanno perdere i pensieri.

 
11 Novembre 2008

Il passato inibisce il presente

Le fasi lunari.

Le fasi della vita.

L’enfasi.

 

Rileggo la tesi.

Rilego la tesi.

 

E’ il periodo degli indovinelli…

Sai qual è l’animale che riesce a stare in tre posti contemporaneamente?

 

[….]

 

L’a-qui-la!

 

Non faccio nemmeno a tempo a varcare la soglia di casa che tu mi vieni incontro, mi abbracci e mi spari subito un indovinello!

Sei il mio piccolo ometto biondo.

 

Ora che sento il fiato dei lupi famelici sul collo, impazienti di affondare i denti sulla mia carne fresca, ho bisogno della mia vecchia quotidianità.

 

La piango.

La rimpiango.

 

Le bomboniere con il velo bianco non sono convenzionali, quindi no.

Non tornare dopo le 5 che è buio.

Carlo Conti alle 7 che sbraita per casa: il dolby surround!

Come se sapere di che colore era il vestito della Carrà alla sua prima puntata di Carramba che sorpresa fosse cultura…

I consigli delle dive su come conquistare un uomo. Nessuno che ti dice semplicemente “gliela do”.

La tv spazzatura.

 

Io sono gelosa dei miei affetti, mi hanno addomesticata e ora senza non so stare.

 

E’ così che cerco di afferrarti prima che tu parta definitivamente per il burundi, lasciandomi sola ad annaspare in questo immenso mar, noi che abbiamo sempre camminato fianco a fianco.

Aspetto mezzogiorno perché voglio che tu veda la tesi finita.

Aspetto per capire quanto mi sei necessario.

 

E’ così che mi manchi delfino mio e altro non posso fare che rubarti qualche oretta di tanto in tanto per respirare la tua essenza.

Ma non mi basta, così sogno.

Sogno una binata in mezzo alle campagne veronesi, mentre i nostri pancioni diventano pronunciati e i nostri mariti vanno a giocare a calcetto il venerdì sera.

C’è tempo per le vibrazioni extrasensoriali in cuffia di nicotina groove.

C’è tempo per stuzzicare la penna.

Sei il mio pusher musicale.

Sei un essere speciale e io avrò cura di te.

 

 

Un ragazzo mi aprì la porta del negozio.

Un’ora dopo feci l’amore con lui.

avanti >

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